Dell’antico e del moderno – Appunti, colloqui e spigolature

Arte antica

Il perché della grandezza degli antichi: nelle loro arti ogni particolare era un particolare dell’infinito. Per loro era cosa naturale, perché erano circondati dai misteri. Quando il mistero viene svelato, allora muore un mito; e quando viene a mancare l’aura del mito, si scivola nel fatto personale, si vive solamente nella propria aria. La grandezza degli antichi sta nel fatto che loro erano consapevoli di essere stati i primi ad aver avuto quelle certe visioni, e forti della loro ignoranza, potevano anche immaginare in grande. La grandezza delle rovine di un tempio greco è che in ogni sua parte, pur spezzata, spostata, accumulata, è riconoscibile la figura architettonica nella sua unità, tecnica e morfolgica. Quando l’opera è grande diventa un’idea, si espande fino a diventare spirito che non si può più distruggere.

A noi non rimangono che le briciole.

Arte della pittura

Lo stile volgare nella pittura iniziò quando fu possibile con una semplice mela fare un capolavoro, come Cezanne con un pomo. L’arte grande è quella che arriva direttamente agli uomini: è funzionale, come una Messa.

Nessun pittore toscano è stato veramente un pittore come lo si intende oggi, cioè che costruisce con il colore; nemmeno Masaccio e Giotto, perché lavoravano come due scultori. Botticelli invece era un disegnatore che campiva con un dato colorito le sue figure. In fondo in tutta la Toscana facevano delle statue dipinte.

Nessuno invece sapeva dipingere su un piano come i veneziani. Si devono accettare i veneziani per spiegare Rembrandt e la vera pittura. Tutto il resto è illustrazione.

A rigore il chiaroscuro non esiste in pittura, perché anche l’oscuro è un tono, mentre nei toscani è un’ombra. L’ombra non dovrebbe essere un aggettivo, l’ombra dovrebbe essere un piedistallo poetico, il piedistallo della sua natura. A un dato momento uno di questi due elementi, o l’oscurità o la luce, diventerà come il foglio di carta per il disegno, cioè un’ambientazione. Uno dei due elementi deve diventare l’universo. Il pomo sarà finalmente costruito insieme all’aria che lo circonda, perché non sarà più un oggetto avulso nello spazio, ma costruito nello spazio di luce e ombra, allo stesso modo che il pittore non lo ritaglia in un pezzo di tela, ma lo posa sulla tela costruendogli intorno la sua atmosfera.

Arte della scultura

Nella scultura l’ombra non esiste, viene scartata mentalmente.

La scultura è il mistero del giorno e della notte, mentre le altre arti sono tutte nel giorno. E invece solo la notte è vera, perché il sole è una casualità, come ci insegna l’astronomia. Solo l’ombra è la verità, mentre la luce è una illuminazione. “Mi illumino d’immenso” dovrebbe divenire “Mi illumino spegnendomi”.

La scultura antico-romana, per contraddire i greci, fece i calchi dal vero. La prima ruga è entrata con i romani, ma in tutte le epoche la vera funzione della scultura è stata la celebrazione della morte.

Nella scultura occorre il minimo di necessità, come in architettura. L’architetto sarebbe sempre grande, se non avesse l’obbligo d’illuminare la casa con le finestre e di fornirla di un gabinetto. Come un uomo che nasce in purezza e si perde in sapienza.

Buttando giù dalla montagna una statua, quello che resta è scultura e quello che è scomparso era fronzolo.

Michelangelo Buonarroti

La scultura in genere non si sa dove metterla, in casa non ha posto, e per questo è un’arte malinconica. Quella figurativa è inoltre intonatissima con i morti, anche lei ha un po’ del morto. La statua è sempre estranea all’ambiente dove si trova. Le giova la patina del tempo, come un animale che si mimetizza nell’ambiente. Non ha per noi un valore individuale, ma appartiene alla collettività.

L’aspetto della scultura ha un dato di tristezza come quello di un seme posato sul marmo, cioè fuori da ogni possibilità di vita. E’ il freddo che dà la lapide, anche se del fratello o del padre: scritta con falsità, perché scritta con un elemento patetico, enfatico, approfittando della commozione.

La scultura è una cosa di peso. Se non è un capolavoro non si sopporta nemmeno che sia oltremodo pesante, sembra dire  “fa che io non sia un peso ma una bilancia”.

La scultura è facciale, un blocco che in un attimo deve dire tutto, è un compendio, come una cattedrale che debba contenere tutte le religioni. 

Il piedistallo di una statua deve essere l’universo.

L’altorilievo ha il suo piedistallo, invece che sotto le gambe, sulla schiena.

Il bassorilievo nell’arte plastica è come la didascalia nei drammi teatrali. E’ una forma di pittura solidificata. La nicchia è la finzione dell’universo, l’ironia dell’universo, e nella nicchia la statua ha un suo primo senso perché gli fa da cornice. Quando si fa un disegno, lo si mette nel mezzo del foglio, il bianco ha valore di canto. Un disegnuccio in un angolo del foglio non è un disegno, ma una annotazione.

La scultura può scadere nel “fermacarte”, e invece dovrebbe essere una volontà di ombra e di luce. Lavorando sul bassorilievo non si pensa al fermacarte.

Volendo fare della vera scultura, la si deve fare pensando agli antichi, perché non è possibile cercare una supervitalità mostrizzando la figura umana, o richiedendo un’altra volta ai primitivi la loro ingenuità.

La scultura che ha tendenze pittoriche è l’espressione di un artista completo, che cerca di evadere da un mondo cieco a un mondo vivo di luce.

Alcune sculture sono come caramelle succhiate: allorchè perdono di precisazione viene invocata  la sensibilità.

La pittura italiana nasce da Napoli in su, la scultura da Napoli in giù.

Il barocco è nato per fare il merletto: il merletto è possibile in scultura? Sì, purchè si sia disposti ad accettare i trafori.

Le altre arti (cioè al di fuori della pittura e scultura) operano sul cadavere, cioè nella certezza di non perdere la propria opera. La poesia, come l’architettura, come la musica, fanno un segnetto sotto e poi … continua: il lavoro lo ritrovano la mattina seguente.

Artista

La parola artista è una parola impronunciabile. Artista è colui che ha imparato un modo, ha assorbito un metodo, come il prete a dire messa, ma non così come chi conosce i misteri; misteri che, incosciamente, sono sentiti più dal devoto che ascolta che dal prete che officia sapendo tutte le regole a memoria. Ecco il mistero degli antichi: loro erano i devoti, mentre noi oggi siamo gli officianti.

L’artista, al contrario di quel che si crede, non ha mai urgenza di dire qualcosa. E’ un costruttore, costruttore di poesia. Chi immagina può solo immaginare che quel dato fatto sia come crede lui. Se l’opera gli riesce, allora dà scacco matto alla storia.

L’artista vero è quello che lascia che l’opera nasca dal caso, con la collaborazione della materia e di tutti quei fermenti che lui non potrebbe, se richiesto, definire.

L’artista mediocre è un romantico, perché è vero che il centro di qualunque labirinto sia il cuore, ma il romantico arriva al cuore, si sfoga, si ferma e … si perde; il grande invece parte dal cuore e se ne allontana, perché il furore si placa nella forma. Chi è grande non è in viaggio d’andata, ma in viaggio di ritorno. Alcuni sono sempre in viaggio d’andata: non sono arrivati o non arriveranno mai al silenzio, poichè è sempre durante il ritorno che non si parla più.

L’artista è sempre tradito dagli occhi. Per un miope è più facile essere artista.

L’artista vero, siccome digerisce bene tutto quello che impara, ha pochissima memoria. Mentre colui che non digerisce ha molta memoria.

L’artista non è vero poeta se tiene in serbo alcune delle vecchie foglie, e ne fa sfoggio a mano a mano fuori stagione. Mentre un vero poeta rinasce ogni stagione, nudo, non ricordando quali erano i suoi fiori e i suoi frutti, che altrimenti diventerebbero la sua maniera. Come fanno i poeti? una parola via dietro l’altra.

L’artista è un matematico: deve partire mentalmente da forme sempre geometriche, perché le geometrie sono l’infinito. Due linee: orizzontale e perpendicolare, due fatti assoluti, l’orizzontale è la terra, la donna sempre distesa, nella maternità, nel coito; la verticale è l’uomo, l’aspirazione verso Dio.

L’artista nasce con un mistero che in seguito gli viene rapito dalla vita: la tanto citata “vocazione” è solo questo mistero.

L’artista che ti domanda un parere, è perché lui sa di non essere riuscito nell’opera.

L’artista fallito è sempre un mostrizzatore o un astrattista in ritardo o un assemblatore di discipline diverse.

L’artista che vive sull’originalità esaurisce in un’opera tutto il suo mondo.

L’artista non deve essere uno scopritore di ricette: quelli che “sanno come si fa l’arte” sono già morti. Gli antichi non “sapevano”, di qui la loro ampiezza, la loro audacia. In fondo l’artista, quando è grande, produce a cloaca: caca e piscia tutto da un buco solo, come le galline.

L’artista piccolo non sbaglia mai: fa sempre la pilloletta perfetta, non c’è mai un difetto.

L’artista vive nello stato fallimentare di rimanere sempre insoddisfatto, non gli va mai bene niente. Più è alto il poeta, maggiori le delusioni.

L’artista grande ha in sé una dose di incoscienza, ed una certa furberia. Ma anche il coglione può essere un furbo cui manca la furberia del genio, che è propria di chi non vuol far fatica, ed è in sintonia con Archimede: il grande artista ha sempre una leva.

L’artista che manca di pudore interessa sempre, perché dice cose che un altro tacerebbe, anche se solo per educazione.

L’artista che fa una volta una cosa valida, non sa più ripetersi allo stesso livello: la prima volta è ispirato, la seconda sapiente. Dopo non è più possibile. Il gesto dell’artista è il gesto di Dedalo che fabbrica un’ala che volerà una volta sola.

L’artista che non riesce e per questo si danna, è come un cattivo pittore che crede che il suo problema sia una questione di pennelli inglesi.

L’artista ha sempre un lato sensibile, perché è la sensibilità che dà lo stimolo alla creazione. Ma non è la creazione.

L’artista nella nostra epoca ha la disgrazia di dover crescere con la longevità del dinosauro. Per far qualche cosa di importante, di veramente suo, occorrono cent’anni. E nel percorso va sempre più lontano da sé stesso. Questa è la stessa strada percorsa dalla Maddalena: la verginità non può solo venire da una donna perduta. Che cosa cerca una prostituta? cerca il suo uomo, ma lei è sempre sfortunata, e il tempo della sua ricerca è limitato dalla bellezza, quindi brevissimo. L’artista alla bellezza può giungere, forse, con la barba bianca.

Astrattismo

Astratta dovrebbe propriamente chiamarsi l’arte rappresentativa tradizionale, nel senso che “astrae” dal mondo degli oggetti i motivi che raffigura. Invece la cosiddetta pittura astratta – che in verità non estrae nulla dal mondo bensì “crea”– merita il nome di pittura concreta.

Bambini

Ogni bambino è naturalmente un poeta. Anche lui ha le sue colonne d’Ercole: la soffitta e la cantina. Nel suo caso inconsapevolezza = naturalezza.

Bellezza

La moralità della bellezza sta nell’atto della sua costruzione: i greci costruivano poco. La Venere di Milo ridotta a venti centimetri fa ridere. Lo Scriba egizio invece, nella stessa proporzione, resta di venti metri. I greci vivevano sul cerchio, gli egizi facevano la quadratura del cerchio.

Creatività

Leonardo si dilettava a smuovere la fantasia osservando le macchie dei muri. Questo modo di trovar fantasie, non è proprio dell’artista nei suoi massimi momenti di creazione, ma piuttosto nei periodi di stanchezza. Quando si è in affanno e costretti ad accettare procedimenti che si basano sulla casualità, si è portati facilmente ad accettare soggetti contrari alla propria mente poetica ed alla lunghezza d’onda creativa, od anche intrinsecamente stupidi. Non c’è niente di peggio che la maestria in mano alla stupidità, diventa volgarità.

Nella creatività si incontrano tre demoni:le tentazioni dell’abilità, le tentazioni romantiche, le tentazioni del divino. La felicità è una sola: creare con le proprie mani l’idea di un qualcosa di nuovo, una nuova semenza, avversa al culto della personalità, perchè è un seme che vale per una volta sola. In arte la vera personalità è la completa assenza del fatto personale.

Donna

La donna che gli sta vicino, l’artista non la può ritrarre. Infatti gli artisti ritraevano la modella finchè era amante, non più quando diventava moglie.

La donna nella Venere di Milo è un mostro, ha un naso troppo lungo: queste fattezze sono tipiche di un soggetto sottomesso, che quasi sempre fa la donna di servizio. Scarlett Johansson con quel naso improbabile era perfetta per l’ottusa aiutante di Vermeer.

La donna è più paesaggistica dell’uomo.

Frammento

Finché un’opera non è compiuta ed ha fatto il suo servizio, si è sempre in viaggio. Il frammento artefatto è immorale, perché non si fa in partenza un frammento. Costruirlo è mancanza di completezza, è cercare una scorciatoia all’universale. L’opera deve essere compiuta, e là deve essere universale. Tutta l’arte contemporanea ha il trucco di lasciare lavorare la fantasia dello spettatore, come a muover la mano davanti a un bambino: lo si incanta.

C’è nel frammento quel principio di sbalorditivo, di provvisorio, di strano, che dà l’incantamento di una cosa che sta sospesa: cade, non cade. Vi è un incanto dello squilibrio, ma non si deve scambiare la vertigine con l’incanto.

Il frammento costruito fa parte non più dell’universale ma delle verità di passaggio, come nelle stagioni l’albero potato. Un sentimento di pietà e di fastidio proprio della morte: nell’albero è perdonato perché, per conoscenza, si sa che è vivo, ma nella statua ha origini patetiche, come per una persona mutilata. Il frammento dell’opera romantica non regge perché l’opera romantica non è che un atteggiamento: se gli casca una parte, non esprime più nulla.

Genio

Quando un genio non è la risultante di un gruppo di soggetti mediocri, storicamente giustificati, non è un fatto vero, è fuori della storia, e quindi sballato. Oggi non ci sono artisti medi: ci sono minorissimi ed eccezioni le quali non hanno rapporto l’uno con l’altro, ed è per questo che quest’epoca si chiamerà delle “personalità”, perché ogni artista si regge non su un fenomeno storico ma su una trovata. Il secolo viene fatto da un solo uomo. In tutte le mancanze dell’uomo di genio gli altri trovano formule per la propria mediocrità: ecco l’origine delle teorizzazioni a posteriori. L’arbitrio di questo secolo non ha dato pace a nessun artista.

Io

Perché non sono diventato un grande artista? Il perché non me lo spiego. In fondo l’arte non è che un gioco, si riceve una palla e la si ributta più in là.

Lo scopo di un artista è di fare un’opera, un artista non può essere in due opere. Perché ho fatto tante opere? Perché non ne ho mai imbroccata una. Se fosse stato, non ne avrei fatte altre.

Per fare un’opera occorre la commissione, una domanda personale, non sindacale. A volte mi sembra che le richieste non si rivolgano a me, ma al collettivo.

Metabolizzare la sensazione avuta da un’opera d’arte: la si può digerire soltanto portandone a casa un’immagine. E’ sempre meglio portarsi a casa la fotografia, così da esaurirla.

Se volete far vivere un uomo tanto quanto volete, dategli una scatola di colori. Il tempo dedicato all’arte è rubato al tempo della vita, come quello dell’amore.

L’arte è più grande della religione. Perché l’arte ha sfoghi umani, l’altra ha repressioni divine.

Io non amo i capolavori, né l’artista intestardito a fare il capolavoro. Sarebbe sufficiente il temperamento geniale, che lascia qua e là nell’opera la sua zampata, che crea tutta una scuola. Il capolavoro non crea mai niente.

Nei periodi più facili non si hanno mai problemi, si crede a quello che si fa, è come un canto. Un’opera la si può fare in un sol giorno. Ma soprattutto quello che mi meraviglia è le difficoltà che ho visto negli altri. La mia superiorità non si deve che a questo: non dare importanza a niente, per andare in cerca dell’infinito.

Mistero del segno

Nel timpano di Fidia vi è un cavallo che è rimasto intatto perché riparato nel fondo. Mentre sull’altro, mutilato e con buchi, c’è l’intervento della poesia del tempo, della patina, e di quello scrostamento anormale del marmo, come quello che la carta asciugante dà ad un inchiostro.

Nella scultura antica è da ammirare il trascorrere del tempo che ha trasformato quest’opera da arte, cioè da manualità umana, ad elemento naturale, sasso, montagna. Il massimo sarebbe che non si avvertisse la mano dell’uomo.

L’opera d’arte vera ha la misura umana, deve vibrare quel minimo d’umano per essere comunicabile. Questo è l’universale, l’ultimo punto. Poi viene l’ineffabile, la contemplazione muta, cioè la verità. A noi le verità sono proibite. Le verità sono gli assoluti. L’arte non è mai un assoluto perché è un linguaggio.

Il pericolo per l’uomo è quello di credere che ci sia, al di fuori di sé, qualche cosa di più grande. Per un caso straordinario noi non siamo ebeti: l’umanità è in noi tanto potente che qualunque gesto è sempre umano, anche se abbia apparenza arbitraria. Invece l’arte astrattista degli incompetenti, essendo arbitraria, non ha mai niente di umano.

Vi è anche una partecipazione della solitudine, una cosa che è nella cultura dell’arte: estasi, stati contemplativi. Non è questione di atmosfera, essa non dà opere. L’atmosfera per l’artista la forma la femmina che si aggira nello studio: si rimane sempre imprigionati da queste cose.

L’arte è una produzione, mentre l’opera deve essere una transumanazione, è la sparizione di tutta la personalità in un oggetto puro. Tutto quello che l’autore ha odiato in sé, la sua miseria, tradotta in un giglio. Bruciando un uomo, dentro si troverebbe un pezzettino di radium.

Modella

Se la storia dell’arte fosse stata in mano alle donne, ora si parlerebbe di modello. Il rapporto dell’artista con “la vestale dell’arte” è sempre stato complesso. La modella può essere di volta in volta collega o amica, più spesso amante, tant’è che si parlava di “priaprismo del disegno”.  Cosa pensa la modella mentre posa nuda? Ma pensa?

Moderno

Modernità positiva: traduzione della perenne realtà del mondo in un linguaggio poetico che sia del proprio tempo.

Modernità negativa: trattazione di casi isolati e individuali, il personale e lo stravagante.

Di fronte alla contemporaneità, che è eternità, la modernità non esiste.

Quando il mondo ha capito di nuovo quali erano i fondamenti della poesia, allora ci si è trovati senza materiale. Finito il cristianesimo, siamo rimasti disoccupati: un operare senza scopo.

Dicono che con lo spirito moderno si possa rifare anche la Grecia. No. E’ una incomprensione che dura da secoli, non una grandezza. A volte sembra di averli interpretati, ma questa interpretazione non è che frutto di una nuova incomprensione. Se li comprendessimo, non li tenteremmo più, perché sono esauriti nel loro tempo. E’ la nostra incomprensione che ci fa insistere. Se fosse in noi tanto vivo questo mistero, li rifaremmo facilmente.

Morale

Anche solo per un fondo di moralità, un uomo può fare un’opera dai costi esorbitanti? E può esprimere del genio, quando ha di questi timori? Esiste qualche stravagante che se ne frega, ma questo è immorale. Preziosità della materia e difficoltà di essere liberi quando la materia è costosa.

Natura

Descrizione panoramica di tutto un mondo, cioè montagne, avvallamenti, pianure. Le cose scomposte della natura hanno valore universale, in quanto non c’è la mano dell’uomo. Un’opera d’arte è sempre un po’ un giardino che l’uomo ha disposto. Poiché la natura non ha punti di vista, il giardino ne ha sempre. Nel giardino sei sempre fuori, come un osservatore. Nella natura….

L’opera che è stata creata dal caso, che ha influssi divini e trasandatezze umane, intime, nascoste, ha sempre l’istinto di fuggire; mentre il giardino è come una bella donna, che ha ogni facilità di spogliarsi ed offrirsi. Il giardino è senza pudore: “guarda quanto sono bello “. Perché una poesia si può rileggere cento volte? Perché ha il pudore, si nasconde sempre.

Macchia o foresta? La macchia risponde: “si capisce che tutti guardino me, perché io sono una cosa umana, e tu sei un’idea”.

I greci sono molto giardino, gli egizi no. I greci sono costume, gli egizi natura: non ci sono firme, non si può credere che l’abbia fatta qualcuno.

Diceva Cechov: “in una pagina tutta d’immaginazione mettete una riga presa dalla natura, e tutto si muoverà. Basta un piccolo elemento naturale.”.

Se l’uomo fosse natura, non si meraviglierebbe ogni anno della crescita dell’erba. Noi siamo in questo museo vivo come custodi che sono compagni alle statue del loro museo.

Nudo

Perché è difficile il nudo umano? Perché ha arti definiti e controllabili: n°2 braccia, n°2 gambe, ecc.. Nel fare un albero si può mettervi un ramo in più o levargliene uno senza che nessuno se ne accorga. In una statua un braccio in meno la riduce a un frammento, un braccio in più a una stravaganza, se non deformità. Quando si avverte la deformazione, vuol dire che l’opera non è riuscita: se si punta alla mostrizzazione, allora si deforma.

La deformazione degli antichi non mostrizzava, perché loro erano in uno stato religioso. La stravaganza ha sempre disturbato perché degrada l’opera in enfasi. Avendo negli occhi i capolavori antichi, deformare è una forma di incoscienza.

I greci hanno esaurito tutto quello che si poteva fare col nudo: non ne hanno fatto uno, ma diecimila.

Normalmente l’opera con il corpo umano resta inferiore a come la si era pensata. Se è stato fatto un bel nudo forse sembrerà una montagna, non più una schiena ma un avvenimento naturale: questo è poetico. Il nudo per i greci è stato una convenzione, come le monete. Sparita questa convenzione, non ha avuto più credito: sarà mito, ma mito tramontato. Non si può negare che con questo povero argomento loro abbiano realizzato l’impossibile.

Il nudo andrebbe benissimo anche per noi. Ma dietro non abbiamo più i miti. Noi purtroppo sappiamo che dietro quel che è il nudo, non vivono i centauri, le bestie, gli dei. Loro imbottivano il nudo di questo naturale mistero. Non erano artisti, erano dei sacerdoti. Noi siamo degli artisti che sanno quello che devono fare.

Originalità

L’originalità è un fatto che non ha alcuna possibilità di continuità, non ha altra possibilità che la ripetizione. L’originalità è la più tremenda delle prigioni. E’ come la prostituta, che deve apparire vistosa per attrarre l’estraneo, ed appartiene al fenomeno della delinquenza.

Perfezione

L’opera perfetta è tutta in disinvoltura, non in stile. Lo stile è una ricetta, la disinvoltura è un superamento della visione; come la nobiltà è una disinvoltura acquisita nei secoli.

L’opera riuscita diventa anonima, l’opera sbagliata porta il segno di chi la ha fatta.  L’operazione riuscita si distingue per un unico segno, quello dell’unità: per unità si intende anche un errore perfetto. Potrebbe esistere un autore, sgrammaticatissimo, che faccia una cosa perfetta: ha la coerenza della balbuzie.

L’artista piccolo crede che l’opera d’arte si ottenga cercando un po’ di imprecisione: ma allora si sente odore di cucina economica, e non di poesia.

E’ bello quando un artista avendo nelle sue corde dieci dà invece sei, perché lo dà sempre con grande disinvoltura. Ed ecco il secolo dell’inquietudine, quelli che hanno sei vogliono dare sei e mezzo, ed in ogni loro opera si sente lo sforzo, la fatica.

Primitività

Ovvero l’imperizia scambiata per arte. La maniera primitiva, oggi primaria, dà la suggestione delle opere del passato, ma non il rapimento nell’opera; è l’incantamento dato da qualunque cosa esotica.

A rifare i primitivi si rimane sempre degli estranei; non se ne è più capaci, perché loro erano dei “cretini” autentici. Si resta turbati da quella casualità, ammettendo che non ci si aveva pensato. Quando l’arte non ha più una sua essenza, allora se ne scoprono solo le originalità. Il primitivismo è una parvenza elementare del classicismo.Esiste anche un primitivismo per incapacità: i negati alle arti sono sempre dei primitivi.

Pubblico

Quando mi esprimono apprezzamento, non ne provo compiacimento e conforto. Penso: ecco un altro che c’è cascato. Facendo un’opera, la sopraggiunta ammirazione mi stupisce sempre. Un po’ credendo, e un po’ non credendo: il giuoco mi gioca.

Ricordarsi che l’artista non ha dignità, prende quello che viene. E’ un mucchio di errori azzeccati.

Dei Greci noi abbiamo gli stessi istinti di furberia: in fondo, sono napoletani. Il voler far fesso è uno degli strumenti dell’arte, anche quello.

Abbiamo lavorato nel buio sperando nel caso, e più per meravigliare e crederci vitali che per soddisfare le nostre anime. Questa disperazione è propria degli artisti moderni.

Quarta dimensione

Per quarta dimensione si deve intendere una rivelazione oltre i sentimenti, oltre l’empatia.

La quarta dimensione presso gli antichi: loro la possedevano naturalmente perché ogni cosa appariva loro circondata di mistero. Una naturale capacità poetica.

La quarta dimensione presso di noi: ovvero la sua caduta. Con l’età moderna si perde la quarta dimensione, tutto diventa oggetto finito.

La quarta dimensione è la classicità, mentre la terza ha bisogno di sussidi romantici.

Gli etruschi erano artisti che hanno sì dato una quarta dimensione all’arte, ma una quarta dimensione di paura, che è la paura della morte.

Romanticismo

Il romanticismo non dà mai lo scacco matto. Accenna agli scacchi matti. L’artista romantico entra sempre nel labirinto e si perde; l’artista classico ne esce.

L’opera d’arte è un centro da colpire: il romantico, sempre in balia delle emozioni, ha la mano che trema, e sbaglia. Il classico, che sa dominare le emozioni, fa sempre centro.

Senso umano

Il vaso non lo ha ed il pitale sì. L’infinito è il vaso, perché va attorno attorno; l’universale è il pitale, un vaso ma con il manico che ha un servizio umano.

L’esaltazione di una opera si riduce a questo: ad ingrandire un oggetto per imporlo in proporzioni maestose, o variare il vecchio tema del corpo umano per arricchire in tal modo la povertà del soggetto.

Dato che abbiamo tutti i difetti propri dell’uomo che vive nell’epoca moderna, possiamo tentare di rifare gli antichi e pur essere moderni.

Universalità

L’universale è quel palloncino che sale, finché l’uomo può trattenerlo. Quando l’uomo non lo può più tenere, da universale diventa infinito. Se lo molla, allora esso appartiene a Dio. L’artista lo fa in quell’attimo che ha talmente chiara la visione, che non la vede più. C’è un momento in cui senti che l’oggetto era tuo e non lo è più. E quanto piacere ti dà una piccola cosa accennata, che non puoi esporre perché non la capirebbe nessuno. Tu la completi……. e perdi la perla. Alcune opere sono universali già quando ne vediamo solo una parte, la quale è il principio di un sogno; chiunque, anche se abbia una lingua o un’espressione diversa, vi può mettere del suo. Il pericolo è che a volte non si tratti di universalità, ma di esperanto. Si può definire l’universale un sentimento capito da molte persone? No. L’universale è un fenomeno di due persone. Quando si amplifica, vuol dire che è un racconto. 

La Verità non puoi raggiungerla perché cesserebbe la tua azione. La Verità è nella storia, ma la storia non è la Verità.

Vestiti moderni

O un effetto verista o un effetto di peplo. Occorre uno spirito moderno, non il modello moderno. E’ assurdo cercare il mare nelle pieghe di un soprabito: nessuno, guardando il rovescio di un soprabito, penserebbe al mare. E’ l’errore di tutte le cosiddette ricerche formali.

Artisti ed altro

-Cagli: di forchetta in forchetta…

-Campigli: non si può vedere l’umanità in quelle forme: tutta bambole di pezza.

-Carrà: ha capito come si fa l’arte moderna, metà inesperienza, molta insistenza. Non è mai sé stesso, non sa dove va, è il più meravigliato dei suoi quadri.

-Cattelan: ridente versione casareccia di Hirst. Grave patologia di mascheramento del vuoto di dee. Art director di sé stesso.

-Cezanne: che dire? Se non ci fosse stato Cezanne non sarei qui a parlarne.

-Donatello: lui modella, e Michelangelo cava. Sono due fenomeni analoghi di pigrizia: ogni scultore lo sa. La scultura gotica nasce dall’architettura gotica, non esiste una statua che non abbia la mentalità di una cariatide.

-Fidia: è il barocco della Grecia.

-Giacometti: basta vedere la scultura etrusca “Ombra della sera” ed è subito spiegato.

-Hirst: imprenditore capace di tutto pur di meravigliare con prodotti da grande campagna pubblicitaria: non mostre ma avvenimenti. Non basta a redimerlo l’arrogante ammissione di predare opere e pensieri altrui. Ci resta la speranza che tutta la paccotiglia si polverizzi nelle mani dei biechi finanzieri che ne hanno determinato l’ascesa.

-Koons: un mercante che opera con un furbo stile impersonale per approdare ad un  disincantato kitsch. Si sta in un drive-in per lobotomizzati dove non resta che contemplare del modernariato.

-Maillol: le sue statue, in confronto ai greci, sono sempre statue da giardino. Non è più un artista, perché lui ha capito l’arte. E chi capisce l’arte è negato, è fuori dal mistero, vuol dire che non ha più misteri.

-Matisse: annaspa nel tentativo di dare un senso, con l’arabesque, alla scelta di una tecnica ingenua. Sempre, non avendo niente da dire, lo si dice con la decorazione.

-Medardo Rosso: disegno ombreggiato, un po’ fermacarte.

-Michelangelo: da giovane non ha niente da dire, non dà che dimostrazioni di bravura. Si rivela artista solo all’ultima battuta, quando non obbedisce più alla volontà, ma alla visione. Michelangelo aveva chiaro il senso dell’esagerazione greca. Non c’era ragione che Rodin la portasse alla caricatura.

-Modigliani: straordinariamente noto quanto incompreso, in realtà è alla continua ricerca di simboli e metafore.

-Morandi: la sua pittura era velocissima, ma a dire che fosse veloce non avrebbe più nessun valore, e allora si dice che impiegasse tre anni per fare un quadro. Il valore dell’insistenza è tremendo, come la goccia. Ripetere lo stesso soggetto facilita il mestiere. Nelle acqueforti ha trovato un segno scolastico, di crocetta antica, per dare carattere di serietà. Vi sono tracce poetiche, ma c’è una certa poesia che nasce da sé, dallo stesso mestiere.

-Picasso: ha incontrato qualche cosa e trovato molto, da canaglia e da grande artista. Nessuna generosità: sempre tace, sempre ascolta, e la notte fa quello che di giorno ha visto ed ascoltato. L’unico ad aver tirato fuori qualcosa dall’arte primaria o primitiva.

-Rodin: non sembra neanche europeo, ma un ellenico in ritardo. Il Michelangelo dei poveri.

-Sironi: penalizzato dalla adesione al fascismo, la sua monumentale opera ha subito l’ostracismo delle comari della critica. Epos e virtù civili.

-Transavanguardia: il personaggio più valido è Bonito Oliva che l’ha inventata. Fra tanta improvvisazione alla deriva ogni tanto si incontra qualche accostamento valido.

-Wildt: arrivato alla massima degenerazione come un necrofilo.

Belvedere: la base da cui si è sviluppato Michelangelo. Non c’è più il mistero delle arti, è il mistero della bravura. Si avverte la mano dell’uomo.

Etruschi: siccome era un popolo di pigri e di furbi, evitava la fatica, e la vaseria è la tipica arte vistosa e di poca fatica. Nasce quella scultura perché non hanno altri materiali che terrecotte. E così facevano le loro statue, con pochissima materia e pochissima fatica, perché ogni opera nasce nelle sue dimensioni e nel suo materiale. E’ l’arte della pigrizia.

Manuale d’arte: libro di ricette fatto da una massaia.

New York: i più deboli insistono, i più forti tornano indietro.

Nike: il massimo dell’abilità. Segue la decadenza. Manca l’arte, il mistero, la composizione. Fatta quasi col ventilatore, non sembra  possibile farla con le mani. C’è l’astuzia: “ Abbiamo capito, basta, adesso riposati”. Quello spostamento delle cosce, camuffato con le pieghe, ferma tutto. Se la spogliassimo, sarebbe un mostro.

Odissea: il bacio di Nausicaa, il punto più chiaro del poema, detto con semplici parole.

Ulisse: per alcuni, eroe dell’umanità, per altri traditore. Per Dante è un amante della conoscenza perduto dalla mancata richiesta di intercessione divina.

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