Coloro che, come me, credono alla specificità della propria arte e per mezzo dell’opera vivono le contraddizioni del presente ed i tentativi delle sue sublimazioni, stanno cercando di costruire frammenti di verità, anche se sparsi ed incoerenti, abitando gli spazi ristretti della resistenza e dell’opposizione.
Attualmente la cieca fede nella novità come valore preminente si presenta quale specchio delle ideologie che sostengono lo stato presente delle cose dentro un sistema indistinto ancorchè in continua mutazione.
Assistiamo ad un continuo spostamento delle arti fuori da sé stesse:
la nozione di progetto si è trasferita dalla pratica architettonica alle arti ex-figurative, oggi visive, ed oltre.
I nuovi strumenti di calcolo e di comunicazione immateriale sono confusamente dilagati in ogni pratica artistica. Per la sua natura tridimensionale e spaziale l’architettura ha sempre privilegiato la connessione alle esperienze delle arti plastiche, e mai come oggi molti esempi recenti di architettura, i più eclatanti, si presentano nella loro agitazione plastica come sculture, piuttosto convenzionali salvo che per la grande scala. Si tratta dell’adozione di un processo che diviene espressivo in funzione della sua improprietà e che si fonda su un unico valore: quello della novità.
Numerose sono le diversità strutturali dei processi creativi: l’architetto non fa case ma progetti di case, l’architettura ha un’immagine ma non è un’immagine; la scultura ha perso il piedistallo, la pittura la cornice, e l’architettura allarga a tutto ciò che occupa lo spazio le sue pretese di dominio estetico. L’arte soccombe all’era dell’estetizzazione diffusa nel quotidiano, il potenziale rivoluzionario dei linguaggi dell’arte è divenuto col passare del tempo sempre più un accessorio
L’intenzionalità dell’artista di fare arte non è in grado di assicurare a tutti gli oggetti il titolo e gli effetti di oggetti d’arte. E’ il mondo dell’arte ed i suoi abitanti a stabilire cosa essa sia. La riduzione dell’atto artistico ad estetica della constatazione coincide con l’opera di straniamento duchampiana. L’invenzione diventa il modo di essere sostitutivo della creazione artistica e l’artista è il sommo sacerdote dell’espropiazione dell’irrilevante. Al valore culturale, sociale, religioso o metafisico di verità delle opere d’arte si è sostituito il valore espositivo.
Tre sono le condizioni necessarie per la produzione dell’arte, il concetto, il magistero, l’effetto.
1643 Vincenzo Ripa
Duchamp riduce il magistero all’atto della scelta e fa coincidere concetto ed effetto. La materialità delle cose si è trasformata nell’immateriale scientifico. Su tale marginalizzazione agisce la riduzione progressiva dell’importanza della manualità e del trattamento dei materiali. Ma la rinuncia alla manualità non è più a favore
dell’atto mentale, come nel concettuale, ma a favore di protesi tecnologiche che sostituiscono il pensiero.
La fascinazione dei nuovi mezzi immateriali, con in primo piano l’automatico contenuto, ha dato luogo all’idea che, poiché è il mezzo stesso ad essere il messaggio, l’arte debba essere ridotta a comunicazione.
Senza operare un’acquisizione dei nuovi mezzi alle proprie specificità, le attività dell’arte rischiano di diventare invasive ed inessenziali o, se non coerenti con i nuovi mezzi, antiquate. Ognuna sembra cercare disperatamente una nuova collocazione piuttosto che una rinnovata specificità, oppure scivola verso un totale abbandono all’ossessione del nuovo mezzo.
Siamo alla simulazione, che fa dell’arte la nuova merce assoluta che assume in ogni punto il valore estetico fissato dal mercato. E quando tutto è estetico niente è bello o brutto. Così l’arte, per eccesso di immagine (o assenza di immagine dell’invisibile), esce dalla distanza critica della rappresentazione interpretativa e dell’indagine, e si riduce a gestire la propria banalità coincidente.
Il mercato dell’arte è oggi la più evidente parodia dell’ideologia del mercato. Non sussiste in esso alcuna legge dell’equivalenza dei valori, ma solo l’estasi dell’idea di valore. Seduzione senza oggetto. Dopo la mercantilizzazione del modo abbiamo l’estetizzazione del mondo, che si è ridotto al puro contenuto dell’agire e l’identità si è trasformata in marchio. L’artista è più importatnte dell’arte stessa. L’arte dell’ex-avanguardia è stata musealizzata contro le proprie premesse, merce quotabile in borsa, in una forma di progressiva teatralizzazione, verso un’arte come comunicazione in sé. Oppure, per simmetria, arte del realismo estremo, del totale schiacciamento sull’esistente senza possibilità di alternative, alla ricerca di una provocazione senza esiti.
Alcuni artisti riescono miracolosamente a passare oltre l’immagine, seguendo lo sguardo verso gli spazi dell’essere, dietro la ragione ma non contro di essa. Tutto ciò è però ottenuto svalutando la grandezza della propria pratica artistica, ogni tentativo poetico appare come idea di disastro, accumulazione di macerie che non potranno mai diventare rovine: il problema delle macerie è come liberarsene. Come per il lavoro: non ci sono più disoccupati ma solo esuberi.
L’arte, diventata immagine comunicativa si dedica ad attività laterali come l’allestimento, la decorazione, il vetrinismo, la moda, gli spettacoli, il marketing: comunque deve mantenere i caratteri della sorpresa continua. Queste operazioni sono fatte senza l’invenzione di un nuovo linguaggio, ma piuttosto con il riutilizzo scompigliato dei linguaggi esistenti. L’assenza d’arte, o meglio la sua trasformazione in estetica della constatazione generalizzata, fa decadere anche il livello dell’onesto mestiere, lo trasforma nella cattiva coscienza dell’efficienza in sé e dell’affare, o nella frustrazione dell’assenza di successo mediatico.
In realtà si tratta solo di intrattenimento visivo. Proprio attraverso lo sforzo di artificiosa originalità, si pretende di voltare ogni volta pagina, ma si tratta di pagine dello stesso libro.
Le tribù dell’arte si sono moltiplicate così come gli strumenti utilizzati, con un progressivo abbandono della manualità.
Quando la realtà si trasforma in finzione, l’arte dovrebbe diventare anti-finzione. Se tutto è esteticamente accettabile ed il nuovo è ridotto a novità, il problema è il continuo superamento, ma per andare dove? Dov’è l’avanti se non c’è più la strada?
Ogni artista vuole distinguersi dall’altro e ognuno riscopre una scoperta non ancora riscoperta da altri.
Le pratiche artistiche hanno perso il carattere di stato di crisi (di turbamento della società) per divenire la conseguenza ornamentale della condizione storica del provvisorio incombente. Una pseudo-denuncia accettabile da tutti perchè solo estetica, provvisoria ed inoffensiva. Ciò che appare è buono: la sociologia si è sostituita non solo alla critica d’arte, ma all’arte stessa. Nelle fiere specializzate sconcerta la pretesa di ognuno di rappresentare il nuovo, o meglio il nuovo ridotto a novità, il rifiuto della pratica d’arte come cosa ben fatta ma come prodotto di moda. Trasformazione dei portatori di attività simboliche in funzionari del sistema produttivo. In mancanza di valori l’unica testimonianza è il successo di pubblico: leggi economico.
Manca il senso della necessità di ciò che si fa. L’avanguardia lavorava sui processi dell’arte, mentre gli artisti attuali ne imitano gli effetti. Invece di domandarsi quali azioni possono compiere che non vengano immediatamente riassorbite, si domandano cosa si possa fare per esserlo subito.
Tutta l’arte sembra voler rientrare nel perimetro del design nel senso peggiore che questo termine, un tempo nobile, ha oggi assunto.
Quanto più le opere dell’arte rappresentano aspetti di condivisione, tanto più sembrano assimilarsi ai prodotti di consumo. Aumentando il loro carattere di diretta rappresentazione dello stato delle cose esse sembrano allontanarsi dalle loro qualità essenziali: distanza critica dalla realtà ed evocazione di ciò che è invisibile.
Ciò alimenta una vasta produzione fondata sullo scandalo estetico apparente, sulla bizzarria superficialmente alternativa e disposta ad essere immediatamente assimilata.
Tutto ciò che non è omogeneo rispetto all’equazione novità-valore ed opposto al quadro dell’attuale eclettismo sincretico, può sopravvivere solo nella periferia della cultura di massa. Tutto è stato infranto, rovesciato, ed il gioco dell’eccesso standardizzato porta ad una successione di revival sempre più ravvicinati. Il gioco oggi praticato dalle arti si spiega con la ricerca del successo, in una omogeneità dove i modi sono intercambiali e, per farsi udire, esagerati, in volatile trasgressione di fascinazioni settimanali. La spettacolarizzazione dell’arte come luogo di seduzione economica e mediatica. Le arti si sono disperse nelle sabbie della visualità, dell’estetica diffusa e dei linguaggi multimediali. L’arbitrarietà estetica si fonda sulla diffusione della visualità pubblicitaria. La cultura del design vuole stendere il proprio processo conformativo alle arti, attraverso l’interpretazione simbolica entusiasticamente constatativa del disastro sociale e dell’uso auto-significante dei mezzi, senza alcuna forma di critica né capacità di spostamento di senso.
Lo spostamento delle arti verso l’estetica constatativa diffusa, l’indistinzione delle specificità disciplinari, pongono ogni produzione sotto l’indistinto segno della “creatività”. La creatività ed i suoi sfumati sinonimi sembrano oggi strettamente connessi con le idee di novità e originalità. Ma l’originalità non dovrebbe essere ritenuta il massimo obiettivo dell’artista, perché vi sono idee originali inutili o dannose. Il nuovo può essere solo una vernice estetizzante. L’”inventio” scopriva ciò che nell’universo esiste già.
La creatività ha bisogno di vincoli: la creazione è fatta di tante piccole disobbedienze in una cornice di ordine sostanziale (Berio).Nell’incessante rottura degli obiettivi e delle convenzioni tra professionismo di servizio e ribellismo, il problema creativo dovrebbe essere oggi quello di rompere la convenzione della rottura delle convenzioni.
Le pratiche dell’arte sembrano voler sfuggire a se stesse per insabbiarsi in attività confinanti, i mezzi sono tutto e le comunicazioni imperano; solo le ripetizioni ossessive o le esagerazioni sono ammesse, bisogna stupire, essere diversi ad ogni costo, anche se tante cose diverse producono solo il rumore indistinto della uniformità. L’evento si propone al posto dell’opera e l’artista è al primo posto nell’evento e soprattutto non è importante essere artisti, l’importante è convincere gli altri che lo si sia.
L’opera ridotta ad evento rispecchia le tecniche del potere, secondo una constatazione entusiasta dello stato delle cose o della comunicazione come fine in sé: essere cioè tanto preoccupati dal comunicare da non sapere più bene cosa si comunica o ritenere che comunicazione e qualità dell’opera siano la stessa cosa. Il tentativo è che l’arte coincida definitivamente con il divertimento e con il mercato di sé. Alla tragedia si è sostituita la farsa che, nell’impossibilità della trasgressione fondata, traduce il linguaggio nel rumore afasico delle opere più pubblicizzate.
Il pubblico e i critici delle comunicazioni di massa chiedono alla stupefazione continua e temporanea un ritratto senza contraddizioni della propria condizione.
La pittura di Picasso non è il superamento di quella di Poussin; si colloca accanto. L’arte non è come la scienza la scoperta di una verità da verificare ma la costruzione di una nuova verità; la ricerca scientifica vuole sapere come le cose sono, quella artistica come potrebbero forse essere.
L’ordine, la semplicità, l’organicità, la precisione sono virtù oggi dimenticate ma strutturalmente costitutive della pratica artistica. Naturalmente la semplicità, in quanto massima economia di mezzi espressivi in rapporto all’opera, è oggi il risultato dell’attraversamento della complessità e non può essere una sua semplificazione; la precisione è la possibilità di vedere il piccolo tra le cose senza smarrire i grandi obiettivi e non solo una virtù tecnica; l’organicità è soprattutto fedeltà alle regole dell’opera. L’ordine deve tornare ad essere capacità di utilizzare e organizzare in un’ipotesi di forma inquietudini e possibilità. Niente deve essere alla fine possibile aggiungere o togliere all’opera.
Il continuo rinnovamento delle tecniche utilizzate è una mimesi del desiderio di dimostrare di appartenere constantemente alla assoluta contemporaneità. Lo spirito tecnologico si traduce in ridondanza estetica giustificata da motivazioni estranee alla forma specifica. Alla nozione di forma si sostituisce quella di evento. Il progetto dell’opera non viene così mai compiuto ed i suoi limiti non vengono definiti: invece dell’idea di sintesi prevale quella di dissociazione. Invece del prefisso post o neo, quelli di de e dis.
Il principio della continua novità dello stile produce anch’esso le sue regole linguistiche. Il problema è se sia possibile ristabilire un equilibrio tra mezzi e fini.
La questione del ruolo dell’etica nel campo delle pratiche artistiche è oggetto di derisione ricusatoria, ma se si utilizza un’etica della convenienza essa è solo copertura estetica delle malefatte sociali. E’ necessario abbandonare l’idea ingenua di ritrarre l’attuale disordine delle coscienze, le incertezze del mondo e le convenzioni dominanti con l’imitazione caricaturale dell’apparenza delle cose, o coprendole con il velo rosa della estetizzazione. L’affollamento estetico, l’esagerazione sembrano voler compensare la povertà dell’esperienza diretta, la libertà esibita il condizionamento volontario, la complicità la rappresentazione della forma. Forma che pretende illegittimamente di coincidere con la narrazione degli effetti. Se non si rischia la fondazione di una ipotesi non si coglie la relazione con la condizione fisica e storica della propria disciplina.

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